Storie di maestri

Storie di maestri

  • Posted on: 1 Maggio 2013
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Il giovane maestro Leonardo Sciascia, che viveva alla scuola con «lo stesso animo dello zolfataro che scende nelle oscure gallerie», annotava turbato: «La distribuzione delle scarpe ai più bisognosi (due nella mia classe), ha riempito gli altri di recriminante invidia».
E Don Milani tuonava tutta la sua indignazione per la vita che facevano i suoi ragazzi per raggiungere la sua scuola di Barbiana: «Luciano camminava nel bosco quasi due ore per venire e altrettanto per tornare».
Placido Cerri fu spedito come primo incarico a Bivona, provincia di Agrigento, dove arrivò dopo un viaggio interminabile a dorso di mulo lasciando la padrona della pensioncina stupefatta perché era senza scorta: «Ma vi sono briganti per queste montagne?», chiese. «Oh, briganti veramente no, ma vi sono tanti malviventi».
La maestrina Tecla Guadagnin, nel diario esposto nella mostra curata da Guidolin, racconta di come ci mise cinque giorni a raggiungere, a dorso di mulo, la «sua» misera scuola alle sorgenti dell’Isonzo, oltre Caporetto. Una camera sopra l’ovile, il tetto rotto, «per letto un lurido saccone di fieno con coperta tolta al mulo della guardia di frontiera». E lei che sospirava sul ritornello di una canzone: «O maestrina della montagna / non ci badar se la neve ti bagna / cuore temprato, pieno d’ardor / tu sei del confine il solo bel fior».
Era tutto, per quei maestri, la scuola. Erano pagati una miseria, certo, ma il loro non era un lavoro come tanti, e tanto meno svalutato agli occhi della società come oggi.
La grande poetessa Ada Negri, che aveva scelto quel mestiere per non «logorarsi in un opificio come la madre, o divenir serva di signori in gioventù e portinaia in vecchiezza, come la nonna», scrisse di essere costretta a fare i conti con «ottanta o novanta diavoli scatenati, che m’irrompevano nell’aula, in gran parte sporchi, puzzolenti di concio e di stalla, pieni di pidocchi e di monellerie». Ma assicurò di sentire al suo fianco i genitori che, cosa adesso inimmaginabile, l’incitavano ad essere dura: «Certe povere mamme col giallore della pellagra in faccia, incontrandomi per via, mi gridavano a bruciapelo: “Giù botte, sa, sciôra maàstra. Non abbia paura: non c’è altro da fare con quel barabba del mio ragazzo: l’è a fin de ben.”»

<tratto dalla prefazione al catalogo della mostra “Leggere, scrivere, far di conto”>

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